L’arte vive nel mercato ma non gli appartiene

di: Guido Giannuzzi | 18 maggio 2014

“L’arte vive nel mercato ma non gli appartiene: per entrare al cinema o a teatro si paga il biglietto, ma la spiritualità che si trae dalla visione è sottratta al meccanismo di mercato”.

In questa frase, tratta dagli Scritti corsari, Pasolini rivendica una libertà peculiare dell’arte e della poesia. Stabilisce un collegamento tra arte e vita con un esplicito riferimento all’elemento del dono e della gratuità dell’arte; non tutto deve essere sottoposto all’utilitarismo, alcuni momenti vanno sottratti alla diretta utilità del mercato, come il bello, il buono, la gratuità, la solidarietà, il sogno. Queste parole di Pasolini mi paiono particolarmente importanti – peraltro in un momento in cui si sente la mancanza di figure di questo livello intellettuale – perché ci permettono (permetterebbero?) di uscire da una logica che a me pare del tutto inappropriata a rappresentare cosa voglia dire il ruolo della cultura nella società.
Una logica legittima, importante, ma puramente incentrata sul fattore economico e inadeguata, insufficiente a esprimere la pluralità di significati e di sensi che si possono dare agli avvenimenti culturali. Provo a spiegarmi: io per primo, quando me n’è capitata l’occasione pubblica, mi sono impegnato per controvertere la percezione che si è diffusa, secondo la quale “con la cultura non si mangia”, snocciolando dati che mi parrebbero smentire in modo irrefutabile questa opinione e tentando di spiegare che l’Italia è fanalino di coda per gli investimenti pubblici in cultura e arte, ovvero proprio ciò che poi ci identifica nel mondo – chissà ancora per quanto, verrebbe da aggiungere. Così, si spiegherebbe la sostenibilità di certi finanziamenti sotto il profilo del “ritorno economico”, come per esempio quando si dice che per ogni euro investito in cultura, allo stato ne tornerebbero sette. Oppure come testimoniava il dossier, se non sbaglio della Camera di Commercio di Milano, da cui emergeva come, nel periodo di ristrutturazione della Scala e del trasferimento dell’attività al Teatro degli Arcimboldi, praticamente in periferia, i commercianti del centro di Milano ebbero un calo degli introiti pari al 40% circa rispetto alla norma.
Tutto giusto, tutto bello, argomenti ineccepibili. Forse, però, è giunto il momento di iniziare, o meglio re-iniziare, a dire, assieme a tutto quello di cui sopra, che c’è dell’altro da dire; che ci sono dei ragionamenti che devono esulare da una pura logica economica di mercato: quanto vale Palazzo Pitti a metro quadro? O qual è il prezzo di mercato della Cappella Sistina? E se in un’asta si vendesse il manoscritto della Recherche per, mettiamo, un milione di euro, si vuol dire che il valore di quell’opera è di un milione di euro? In sostanza si può sempre e solo identificare il valore di un’opera con il suo prezzo? Con il suo valore economico? Peraltro, in modo un po’ sgradevole, perché legato al concetto di arte “alta” e “bassa” che non amo particolarmente, questa distinzione dovrebbe essere già inscritta nella definizione stessa di un certo tipo di attività: quando parliamo di musica commerciale, implicitamente facendo una distinzione con un altro tipo di musica, noi  parliamo di qualcosa che ha a che fare unicamente con operazioni di tipo commerciale. Produco, vendo, incasso, sperabilmente il più possibile.
C’è poi un altro tipo di musica, legata alla formazione culturale, mi sento di dire anche etica, dei cittadini, che ne sviluppa il gusto, la facoltà critica, il piacere del bello: tutte sensazioni che generalmente poniamo sotto l’egida dell’espressione “arricchimento personale”. Ecco quindi che qualcosa ci dà ricchezza senza darci denaro o beni materiali ed ecco quindi la necessità, a mio parere, di uscire da una logica di scambio puramente commerciale. In cui si rivendichi la necessità e il ruolo della cultura e dell’arte non contro una logica mercificante, ma di là da essa. Questo, ovviamente, non ha niente a che fare con il dovere di gestire al meglio, correttamente, onestamente, le risorse che vengono affidate al mondo della cultura. Ma questa è un’altra questione, che purtroppo molto spesso, impedisce di affrontare serenamente e seriamente il nocciolo della questione per come a me pare che dovrebbe essere affrontato.

Guido Giannuzzi