Freud e la musica

di: Redazione | 10 luglio 2015
Pubblichiamo un breve estratto del libro di Oliver Sacks, Musicofilia uno dei saggi più interessanti del famoso neurologo inglese, che parla del rapporto tra Freud e la musica.
«[…] Quando si passa a considerare certe figure storiche che sono state indifferenti (o a volte francamente avverse) alla musica, ci si muove in un territorio più incerto. […] Per quanto riguarda Freud, poi, ci troviamo su un terreno molto più complesso, giacché egli (nella misura in cui si può giudicare dalle descrizioni altrui) non ascoltava mai la musica di sua volontà o per suo piacere, né mai scrisse a proposito della musica, sebbene vivesse in un ambiente intensamente musicale come quello viennese. Solo di rado, e con riluttanza, si lasciava trascinare all’opera (e in quel caso doveva essere Mozart) e quando capitava, usava tali occasioni per pensare ai suoi pazienti e alle sue teorie. Suo nipote Harry (in un diario non del tutto attendibile, My Uncle Sigmund) scrisse che lo zio “disprezzava” la musica e che tutta la famiglia Freud era “decisamente poco musicale” – ma nessuna di queste due asserzioni. Un commento molto più delicato e sfumato è quello reso, in proposito, dallo stesso Freud, nell’unica occasione in cui scrisse sull’argomento, nell’introduzione a Il Mosè di Michelangelo: “Premetto che in fatto d’arte non sono un’intenditore… Le opere d’arte esercitano tuttavia una forte influenza su di me, specialmente la letteratura e le arti plastiche, più raramente la pittura. Sono stato indotto perciò a indugiare a lungo di fronte ad esse quando mi se ne è presentata l’occasione, con l’intento di capirle a modo mio, cioè di rendermi conto per qual via producano i loro effetti. Nel caso in cui ciò non mi riesce, come per esempio per la musica, sono quasi incapace di godimento. Una disposizione razionalistica o forse analitica si oppone in me a ch’io mi lasci commuovere senza sapere perché e da che cosa. Questo commento mi sconcerta, e al tempo stesso lo trovo alquanto toccante. C’è da augurarsi che Freud possa essere riuscito, almeno a volte, ad abbandonarsi a qualcosa di così misterioso, piacevole e (si penserebbe) innocuo come la musica. […] Forse “indifferenza” non è proprio la parola giusta qui, e sarebbe più centrato il termine freudiano “resistenza” – resistenza al potere seduttivo ed enigmatico della musica […]. Per molti di noi, in effetti, le emozioni indotte dalla musica possono essere travolgenti. Diversi miei amici, che hanno un’intensa sensibilità per la musica, non possono tenerla come sottofondo mentre lavorano: o sono in condizioni di prestarle un’attenzione totale, oppure devono spegnerla. Essa è infatti troppo potente per consentire loro di concentrarsi con altre attività mentali. Se ci abbandoniamo totalmente alla musica, possiamo finir preda di stati di estasi e rapimento; una scena comune, negli anni Cinquanta, era quella di grandi masse di pubblico che cadevano in deliquio con la musica di Frank Sinatra o di Elvis Presley, prese da un eccitamento emozionale e forse erotico così intenso da indurre allo svenimento. Anche Wagner fu un maestro della manipolazione musicale delle emozioni, e questa forse è una ragione che spiega come mai la sua musica risulti tanto inebriante per alcuni e così fastidiosa per altri. Tolstoj era profondamente ambivalente nei confronti della musica, poiché essa aveva, secondo lui, il potere di indurlo a stati mentali “fittizi”: emozioni e immagini che non erano suoi né sotto il suo controllo. Adorava la musica di Čajkovskij, ma spesso rifiutava di ascoltarla, e nella Sonata a Kreutzer descrisse come la moglie del narratore fosse stata sedotta da un violinista e dalla sua musica: i due suonano insieme la Sonata a Kreutzer di Beethoven, e il narratore arriva a convincersi che quella musica è così potente da alterare il cuore della donna e spingerla all’infedeltà. La storia finisce con l’uccisione di lei per mano del marito oltraggiato – sebbene l’uomo senta che il nemico vero, il nemico che non può uccidere, sia in realtà la musica».