Il Teatro alla Scala di Pisapia

di: Redazione | 12 ottobre 2015

Tra pochi mesi a Milano ci saranno le elezioni comunali e la città sta vivendo uno strano clima preelettorale. Insolito perché in questi giorni la discussione a sinistra non riguarda solo la visione futura della città, ma anzitutto la necessità di riconoscere il cosiddetto “Modello Milano” rappresentato dal Sindaco Pisapia e dalla sua Giunta.

Vista la natura di questo spazio, vorremmo limitarci ad alcune considerazioni su quel “modello” applicato alla vita musicale della città e al Teatro alla Scala in particolare. Tra i successi di questa amministrazione, stupisce che il Sindaco ami intestarsi anche quello della Scala. Stupisce perché, a nostro avviso, questi ultimi anni hanno invece determinato una pericolosa metamorfosi culturale che ha trasformato l’identità del più importante teatro d’opera del nostro Paese in un generico teatro di stampo nord-europeo nelle mani delle grandi agenzie anglosassoni. Anni che hanno quasi del tutto estinto ogni legame con la cultura popolare del melodramma, ogni autentica passione ormai presente solo in qualche sporadico dissenso del loggione. Si è preferito un pubblico generico, occasionale ed incompetente attratto più dal “logo” Scala che dalla forza della musica o degli interpreti. Anni che hanno trasformato un teatro di produzione all’italiana in uno di semi-repertorio alla tedesca, che hanno definitivamente spostato l’asse di interesse quasi esclusivamente sul piano visivo dello spettacolo proponendo banali riletture di registi stranieri figlie di una cultura non nostra a scapito della musica e della vocalità italiana. Una perdita enorme per la cultura musicale del nostro Paese che pochi sottolineano, ormai impegnati a sostenere un modello organizzativo produttivista che, come abbiamo visto anche durante i mesi di Expo, ha però portato il teatro ad essere quasi sempre mezzo vuoto.

Ma non solo. La cosa che più stupisce è che il principale artefice di questo “modello” nella musica sia stato Stephane Lissner sovrintendente scaligero fino al 2014. Quel Lissner fortemente voluto fin dal 2005 dai Sindaci di centro-destra Albertini e poi Moratti, grazie alle mediazioni del “berlusconiano” Bruno Ermolli. Lo stesso Lissner voluto dal Presidente francese, non certo di sinistra, Chirac a dirigere il teatro Châtelet già alla fine degli anni 80.

Era grande l’attesa nel 2012 quando, scaduto il contratto di questo manager dello spettacolo nato dalla politica di centro-destra, ci si aspettava una svolta coerente con quell’idea di cultura che tanto aveva convinto i sostenitori della cosiddetta “rivoluzione arancione” di Milano. Purtroppo fu ancor più grande la delusione quando Pisapia non solo riconfermò Lissner, ma gli prolungò il contratto e gli aumentò lo stipendio (il tanto discusso milione di euro all’anno).

A questo aggiungiamo la farsa della nomina dell’attuale Sovrintendente, ovviamente un altro straniero, l’austriaco Alexander Pereira, legata all’imbarazzante vicenda della trattativa con se stesso per la vendita di allestimenti tra Salisburgo e la Scala (Qui un articolo che ricorda l’episodio). Prima, tra dichiarazioni risentite, nominato a termine fino alla fine del 2015 poi, silenziosamente riconfermato per altri tre anni con il beneplacito del Ministro Franceschini.

Lissner e Pereira che, è utile ricordarlo, primi nella storia del Teatro alla Scala, hanno preteso il doppio incarico di Sovrintendente e di Direttore artistico millantando competenze musicali inesistenti.

A questo proposito, alcuni ricorderanno che dopo poche settimane dall’ultimo Consiglio di amministrazione scaligero con Lissner sovrintendente nel quale il Sindaco, salutandolo, esaltava i risultati ottenuti e “la grande competenza musicale” di quest’ultimo, su un canale televisivo francese ne venne finalmente smascherata la reale preparazione nell’ormai nota intervista riportata qui di seguito.

Questo l’ultimo commento lasciato pochi giorni fa sulla pagina Youtube da un cortese visitatore: ” And this man managed La Scala!!!! VERGOGNA”.