La politica in ogni gesto

di: Guido Giannuzzi | 20 gennaio 2016

Qualche tempo fa, ho partecipato a un convegno in cui una persona, molto motivata nell’impegno di ottenere dall’Unesco la protezione del Melodramma, come “patrimonio immateriale dell’Umanità” – una delle possibili forme di tutela da parte dell’Unesco – ha incominciato il proprio intervento, rivendicando la non politicità della propria iniziativa. Insieme, affermava con forza anche la non partiticità di questa proposta.

Queste affermazioni mi hanno francamente colpito: la deriva per cui politico e partitico hanno assunto ormai praticamente lo stesso significato ed entrambi i termini sono considerati spregiativamente, è un fatto molto triste e preoccupante.

Siamo ormai abituati a vedere nella politica solo un esercizio di potere fine a se stesso, e, addirittura, di abuso dello stesso in senso clientelare e affaristico. Ricorrenti scandali arrivano a toccare anche figure come l’ultimo Presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati, che ha continuato, nonostante una condanna, a esercitare il suo alto istituto in seno al Parlamento. Così, è chiaro che venga il desiderio di tenersi il più possibile lontano dal mondo della politica, col rischio però, di lasciarlo proprio in mano a chi non vorremmo mai che se ne occupasse.

Personalmente, ritengo che il termine politico non solo mantenga tuttora la sua valenza positiva, ma che anzi questa debba essere riscoperta, difesa, rinnovata nella sua forza radicalmente concreta. La polis non può prescindere dalla politica. Finché non si prenderà coscienza che fare cultura è un gesto politico, che difendere la cultura è un gesto politico, che finanche scrivere su una rivista che si dovrebbe occupare solo di apparentemente innocui temi legati alla musica, non può non essere che un gesto politico – se fatto in maniera pienamente etica – fintanto che tutto ciò non avverrà, dunque, la parola politica sarà per l’appunto vittima delle sue distorsioni, delle sue derive, sarà appiattita al termine partitica ed equivocata in questo senso. Essa sarà, infine, preda dei politicanti che se ne riempiranno la bocca per giustificare ogni oltraggio che invece, in suo nome, essi perpetreranno.

Credo profondamente che una dimensione politica, etica, delle scelte culturali di un Paese, di questo Paese, sia necessaria. E, proprio ripartendo da qui, forse si potrà ritornare sulla via di un progresso che – come Pasolini tanti anni fa aveva, con la solita lucidità, già capito – è ben altra cosa rispetto allo sviluppo. Non uno sviluppo meramente economico, che veda solo cittadini/clienti, passivi di fronte alle scelte culturali di uno Stato, se non addirittura perfettamente indifferenti – e sembra purtroppo la fotografia del presente. Invece, un progresso che sia in grado di procurare all’Italia, ai suoi cittadini, una nuova consapevolezza delle proprie potenzialità, non solo economiche, turistiche – che, ormai, la Cultura pare sia solo “un’umile ancella” di queste attività – ma anche in termini etici e di civiltà.

Così, in quest’ottica, cosa c’è di più politico che salvaguardare un patrimonio dell’Umanità come il Melodramma, con la sua storia e il suo presente?